Chi è il soggetto? La grammatica invisibile della responsabilità

Dalla cronaca alla leadership, una formulazione imprecisa può cambiare l’attribuzione di responsabilità, la diagnosi del problema e perfino l’intervento scelto.

Frasi diverse, contesti lontanissimi, stesso problema: un’auto impazzisce; un operaio precipita; il mercato punisce un’azienda; una baby gang colpisce ancora; i musulmani fanno togliere il crocifisso; una donna viene uccisa perché voleva lasciare il compagno.

La formulazione non si limita a raccontare ciò che è accaduto ma organizza il modo in cui lo comprendiamo: qualcuno viene messo al centro della scena e qualcun altro scompare, una circostanza diventa causa, una caratteristica diventa identità, un insieme di persone diventa un soggetto collettivo dotato di intenzioni, una metafora assume il ruolo di agente.

L’operazione avviene spesso senza alcuna intenzione manipolatoria e proprio per questo merita attenzione.

La vecchia analisi logica può offrire un buon punto di partenza.

Prima separiamo il dato dall’interpretazione

Alcuni titoli reali permettono di vedere il meccanismo molto meglio di qualsiasi definizione teorica.

Ambito Titolo o formulazione Che cosa sappiamo Che cosa introduce la formulazione Una formulazione più precisa
Economia «Vodafone taglia cassa e personale: il mercato punisce il titolo dopo i conti» Il titolo Vodafone perde il 7,4% dopo la pubblicazione dei risultati e delle prospettive. “Il mercato punisce” trasforma migliaia di decisioni di acquisto e vendita in un unico soggetto intenzionale che emette una sanzione. «Vodafone perde il 7,4% in Borsa dopo i conti e le nuove previsioni».
Sicurezza sul lavoro «Taranto, operaio precipita per 5 metri e muore nell’ex Ilva» Il lavoratore precipita; secondo le prime informazioni avrebbe ceduto il grigliato sul quale si trovava. Il lavoratore diventa soggetto dell’intera sequenza: precipita, muore. La condizione che avrebbe preceduto la caduta resta fuori dal titolo. «Cede un grigliato all’ex Ilva: operaio precipita per cinque metri e muore».
Disabilità «Ragazzo disabile ustionato sul treno, ipotesi atto di bullismo» Un ragazzo di 17 anni con disabilità viene gravemente ustionato; gli investigatori verificano se possa essere stato preso di mira proprio per la sua condizione. Una caratteristica rilevante per l’indagine diventa anche qualificazione identificativa della persona. «Ragazzo ustionato sul treno: si indaga su un possibile atto di bullismo legato alla sua disabilità.».
Giovani e sicurezza «In 5 aggrediscono e derubano un quindicenne in via Roma: la baby gang colpisce ancora» Cinque giovani aggrediscono e derubano un quindicenne. “Baby gang” crea un soggetto collettivo; “colpisce ancora” presuppone identità e continuità tra episodi che devono essere dimostrate. «Cinque giovani aggrediscono e derubano un quindicenne: indagini su eventuali collegamenti con altri episodi».
Religione e appartenenza «Via i crocifissi dalla scuola per non turbare i musulmani» In alcune aule di una scuola di Fiumicino mancavano i crocifissi. La dirigente contestò il movente religioso e spiegò che l’istituto non ne aveva a sufficienza. Una situazione materiale diventa un’azione intenzionale; alla decisione viene poi attribuita una causa religiosa. Il gruppo “i musulmani” entra nella storia senza aver compiuto alcuna azione documentata. «Crocifissi assenti in alcune aule: la dirigente esclude motivazioni religiose».
Conflitto e violenza «Lite familiare sedata dalla polizia»:  il titolo accompagna un caso nel quale un ragazzo viene denunciato per maltrattamenti dopo aggressioni alla madre e alla sorella. Secondo la ricostruzione riportata, il giovane avrebbe spintonato, morso e aggredito le due donne; la sorella riceve una prognosi di 20 giorni. “Lite” richiama uno scontro reciproco fra parti; “maltrattamenti” e aggressione descrivono invece condotte che possono avere struttura asimmetrica. «Aggredisce madre e sorella: denunciato per maltrattamenti».
Violenza di genere «Uccisa perché voleva lasciarlo» Una donna viene uccisa dal compagno nel contesto della fine della relazione. La scelta della vittima occupa grammaticalmente il posto della causa; l’autore può arretrare o scomparire dalla frase. «Uccide la compagna dopo la fine della relazione».

Nessuna delle riscritture pretende di rappresentare l’unica formulazione possibile.

Il punto riguarda un’altra cosa: dato e interpretazione non coincidono.

I titoli citati nella tabella provengono da fonti giornalistiche reali e sono utilizzati qui come esempi di costruzione linguistica, non per discutere nel merito i singoli casi.

Una frase non fotografa la realtà. La monta.

Qualunque comunicazione richiede selezione.

Per esempio: un titolo deve tagliare; un manager deve sintetizzare; un medico deve dare un nome a un quadro clinico; un avvocato deve qualificare fatti; un responsabile HR deve trasformare decine di comportamenti osservati in una valutazione comprensibile; un terapeuta deve costruire ipotesi sufficientemente precise da orientare il lavoro.

La sintesi non rappresenta il problema.

La sintesi inconsapevole rappresenta il problema.

Il concetto di framing aiuta a capire perché. Nella formulazione classica di Robert Entman, costruire un frame significa selezionare alcuni aspetti della realtà e renderli maggiormente salienti, favorendo una particolare definizione del problema, attribuzione causale, valutazione o proposta di intervento. Il frame non inventa necessariamente i fatti: decide quali fatti acquistano rilievo e attraverso quali relazioni vengono letti.

  • Ogni volta che scegliamo un soggetto, decidiamo chi o che cosa occupa il centro della frase: «l’operaio precipita» e «il grigliato cede» raccontano lo stesso evento partendo da due soggetti diversi.
  • Ogni volta che scegliamo un predicato verbale, decidiamo quale azione rappresentare: «cade», «viene spinto», «aggredisce», «reagisce» non sono modi intercambiabili di descrivere ciò che accade perché il verbo attribuisce o sottrae agency.
  • Ogni volta che scegliamo tra forma attiva e forma passiva, decidiamo quanto rendere visibile chi compie l’azione. «L’uomo uccide la compagna» mantiene autore e azione in primo piano; «la donna viene uccisa» porta la vittima al centro e consente perfino di omettere il complemento d’agente.
  • Ogni volta che inseriamo oppure omettiamo un complemento d’agente, decidiamo se chi ha compiuto l’azione debba comparire nella rappresentazione: «è stata aggredita dal compagno» contiene l’agente; «è stata aggredita» lo cancella grammaticalmente.
  • Ogni volta che utilizziamo un complemento di causa («per gelosia», «per paura») oppure una proposizione causale («perché voleva lasciarlo») scegliamo dove collocare il “perché” dell’accaduto ma una circostanza, un movente e una causa non sono necessariamente la stessa cosa.
  • Ogni volta che scegliamo un complemento di tempo invece di uno di causa cambiamo profondamente il significato. «Uccisa perché voleva lasciarlo» stabilisce un rapporto causale; «uccide la compagna dopo la fine della relazione» colloca la separazione nella sequenza degli eventi senza trasformarla nella causa dell’omicidio.
  • Ogni volta che utilizziamo un attributo, un’apposizione o una denominazione, scegliamo quale caratteristica rendere saliente: «ragazzo disabile», «ragazzo con disabilità», «ragazzo ustionato: si indaga su un possibile atto di bullismo legato alla sua disabilità» non distribuiscono allo stesso modo identità e informazione. Il caso della disabilità rende il meccanismo particolarmente evidente: difficilmente leggeremmo «Ragazzo grasso aggredito sul treno» oppure «Ragazza brutta rapinata alla stazione», caratteristiche che apparirebbero immediatamente fuori luogo.
  • Ogni volta che aggiungiamo una proposizione relativa o un altro dettaglio segnaliamo implicitamente al destinatario che quell’informazione merita di essere collegata al fatto, anche senza spiegare quale sia il collegamento. «Il pedone, che parlava al telefono» offre un esempio quasi perfetto: nessuno deve scrivere «è stato investito perché era distratto». Basta decidere che il telefono meriti un posto nel titolo e il lettore può costruire da sé una relazione causale.
  • Ogni volta che trasformiamo un concetto astratto in soggetto grammaticale («il mercato punisce», «la gelosia uccide», «la burocrazia impedisce») attribuiamo grammaticalmente capacità di azione a qualcosa che, nella realtà, riassume decisioni, comportamenti o processi molto più complessi.
  • Ogni volta che utilizziamo un soggetto collettivo come «i giovani», «gli immigrati», «i musulmani», «le donne», «gli uomini», trasformiamo una pluralità di individui in un unico agente apparentemente dotato di intenzioni condivise. L’analisi logica riconosce perfettamente il soggetto; l’analisi semantica deve chiedersi se quel soggetto esista davvero come unità capace di volere e agire.

Questi effetti non sono soltanto un’ipotesi linguistica. In tre esperimenti, Caitlin Fausey e Lera Boroditsky hanno mostrato che descrizioni più agentive di uno stesso incidente inducevano i partecipanti ad attribuire maggiore colpa e a richiedere risarcimenti economici più elevati rispetto a formulazioni meno agentive. L’effetto rimaneva osservabile anche quando i partecipanti disponevano di informazioni visive sull’evento.

Gli studi sulla rappresentazione linguistica della violenza mostrano risultati coerenti, ma non uniformi. Henley, Miller e Beazley rilevarono effetti della forma linguistica sull’attribuzione di responsabilità; Lamb e Keon mostrarono invece che un ruolo particolarmente importante può essere svolto dalle formulazioni che suggeriscono una responsabilità condivisa fra autore e vittima. Il limite è importante: non esiste una costruzione grammaticale che produca meccanicamente la stessa interpretazione in ogni lettore e in ogni contesto.

La ricerca continua inoltre a trovare effetti dell’agency linguistica. Uno studio pubblicato nel 2026, basato sull’analisi di centinaia di articoli e su successivi esperimenti, mostra che il modo in cui vittima e autore vengono rappresentati come soggetti agentivi può modificare anche l’attribuzione di responsabilità nella rappresentazione della violenza sessuale.

L’analisi logica ci dice come è costruita la frase. La semantica ci dice che cosa significa. La pragmatica ci chiede che cosa il destinatario sarà portato a capire. Fermarsi alla correttezza grammaticale significa quindi controllare soltanto il primo dei tre passaggi.

La comunicazione più potente spesso funziona proprio così: non impone una conclusione, prepara il percorso perché appaia spontanea.

Dal linguaggio alla diagnosi

Il problema diventa molto più serio quando dalle notizie passiamo alle organizzazioni, alle professioni di aiuto, al diritto o alla gestione dei conflitti.

Una descrizione non rimane confinata alle parole ma produce una sequenza:

Fatto → formulazione → frame → diagnosi → intervento

La cultura è un sesto passaggio che si aggiunge con il tempo:

Prendiamo una frase diffusissima nelle aziende: «Marco è resistente al cambiamento».

Potrebbe essere una descrizione corretta o potrebbe anche comprimere una realtà completamente diversa.

Torno anche in questo articolo a ribadire l’importanza di farsi le domande giuste: Marco ha ricevuto obiettivi incompatibili? La nuova procedura peggiora realmente il lavoro? Gli è stata attribuita una responsabilità senza autorità? Qualcuno gli ha spiegato il motivo del cambiamento? Possiede le competenze necessarie? Ha segnalato un rischio che nessuno vuole ascoltare?

La frase «Marco è resistente al cambiamento» contiene già una diagnosi: il problema si trova in Marco.

L’intervento verrà quasi automaticamente costruito di conseguenza: coaching, formazione, feedback, pressione, valutazione della performance.

Una formulazione come «Marco non sta adottando la nuova procedura e contesta questi tre aspetti» mantiene invece aperta l’indagine.

Potremmo scoprire una resistenza personale, ma potremmo anche scoprire un problema di processo.

La differenza costa parecchio quando il primo intervento dura sei mesi e il problema vero si trovava nell’organizzazione.

Problema di comunicazione può non significare quasi nulla

Un’altra formula molto amata nei sistemi complessi recita: «Abbiamo un problema di comunicazione».

Probabilmente sì. Quasi tutti i problemi umani, osservati da una distanza sufficiente, possono diventare problemi di comunicazione.

La definizione rischia però di essere talmente ampia da non orientare più alcuna decisione.

  • Due soci possono “non comunicare” perché nessuno ha definito chi possiede l’ultima parola sugli investimenti.
  • Due reparti possono “non collaborare” perché vengono premiati su KPI incompatibili.
  • Un dipendente e il suo responsabile possono avere un “conflitto relazionale” perché il primo riceve istruzioni contraddittorie e il secondo non dispone dell’autorità necessaria per risolverle.
  • Due membri di una famiglia imprenditoriale possono sembrare incapaci di dialogare quando stanno in realtà contendendosi ruoli, proprietà, riconoscimento, potere decisionale e successione.
  • Chiamare tutto *comunicazione* rischia di mandare le persone a imparare ad ascoltarsi meglio quando servirebbe ridisegnare la governance.

Le persone possono comunicare benissimo un conflitto strutturale e continueranno ad avere il conflitto.

Le etichette hanno la cattiva abitudine di diventare spiegazioni

Difficile. Fragile. Conflittuale. Poco collaborativo. Narcisista. Talento. Alto potenziale. Famiglia disfunzionale. Azienda tossica. Baby gang. Mercato nervoso…

Le categorie servono perchè classificare serve a far funzionare un pensiero complesso, ma quando una categoria smette di essere una sintesi provvisoria e comincia a sostituire l’osservazione, nasce la difficoltà.

“È poco collaborativo” può nascere da venti comportamenti osservati.

Dopo qualche mese accade spesso il contrario: ogni nuovo comportamento viene interpretato attraverso l’etichetta *poco collaborativo*.

L’informazione non produce più la categoria perché la categoria comincia a produrre il significato dell’informazione.

La psicologia cognitiva studia da tempo la tendenza a cercare e interpretare le informazioni in modo coerente con ipotesi e convinzioni già disponibili. Il confirmation bias non dimostra che ogni etichetta produca necessariamente una diagnosi autoreferenziale, ma spiega perché una categoria già consolidata possa rendere più facile vedere le informazioni che la confermano e meno salienti quelle che la contraddicono.

Nemmeno il problema del labelling consente conclusioni semplicistiche. Le revisioni della letteratura mostrano effetti differenti a seconda dell’etichetta e del contesto: in alcuni casi aumenta lo stigma, in altri lo riduce o non produce effetti significativi. Proprio questa variabilità suggerisce prudenza: il problema non è classificare, ma dimenticare che la classificazione rimane un modello della realtà e non la realtà stessa.

Quel passaggio interessa direttamente leadership, psicologia, diritto e gestione delle persone perché introduce un rischio molto concreto: la diagnosi diventa resistente ai fatti che dovrebbero modificarla.

Le parole distribuiscono responsabilità

La scelta del soggetto possiede un effetto particolarmente evidente quando qualcosa va male. Confrontiamo:

  • Il progetto è slittato.
  • Il team non ha rispettato la scadenza.
  • Il cliente ha continuato a cambiare le richieste.
  • La direzione ha approvato tre modifiche di scope senza aggiornare tempi e risorse.

Le suddette frasi potrebbero descrivere quattro parti dello stesso progetto:

  • Nessuna risulta necessariamente falsa.
  • Ciascuna costruisce però una diversa mappa della responsabilità.
  • La prima quasi la elimina.
  • La seconda la concentra sul team.
  • La terza la sposta all’esterno.
  • La quarta la colloca nel processo decisionale.

Un’organizzazione che utilizza sistematicamente le prime tre formulazioni finirà probabilmente per sviluppare una cultura diversa da quella che utilizza la quarta.

La cultura organizzativa non vive soltanto nei valori appesi alle pareti, vive anche nelle frasi attraverso cui un sistema spiega a se stesso ciò che gli accade.

“Chi ha sbagliato?” o “quale passaggio ha reso possibile l’errore?” generano culture diverse.

“Chi è il colpevole?” o “dove si è interrotta la capacità di controllo?” producono indagini diverse.

La scelta dipende naturalmente dal contesto: responsabilità individuali reali esistono e vanno riconosciute. Nasconderle dietro “il sistema” rappresenta una distorsione esattamente quanto attribuire a una persona un problema strutturale.

La precisione richiede di non assolvere automaticamente né l’individuo né il sistema, richiede di capire chi ha fatto cosa, con quali possibilità di scelta e dentro quali vincoli.

Conflitto, violenza, dissenso: parole vicine, interventi molto diversi

La differenza tra definizione e intervento appare con particolare chiarezza nella gestione dei conflitti.

Chiamare conflitto una situazione porta naturalmente verso strumenti fondati su confronto, negoziazione, mediazione, ricerca di interessi compatibili e riconoscimento reciproco. Una relazione caratterizzata da violenza, coercizione e controllo richiede invece valutazioni differenti.

La distinzione non è soltanto teorica. Il Codice di procedura civile italiano prevede disposizioni specifiche per i procedimenti nei quali siano allegati abusi familiari o condotte di violenza domestica o di genere e vieta di iniziare un percorso di mediazione familiare nelle condizioni previste dall’articolo 473-bis.43. Se abusi o violenze emergono durante una mediazione già iniziata, il mediatore deve interromperla.

Il rapporto tematico GREVIO sull’Italia pubblicato nel 2025 segnala inoltre la persistenza della confusione tra violenza domestica e conflitto tra coniugi e richiama la necessità di considerare lo squilibrio di potere nei procedimenti che presuppongono negoziazione e accordo fra le parti.

Asimmetria non significa necessariamente che da una parte si trovi una persona forte e dall’altra una persona debole. Una vittima può disporre di risorse economiche, culturali, professionali o relazionali molto elevate. Potrebbe persino avere, in astratto, gli strumenti per rispondere utilizzando le stesse modalità: ricattare, manipolare, screditare, minacciare, strumentalizzare relazioni o informazioni. Può scegliere di non farlo.

La capacità di esercitare potere e la disponibilità a esercitarlo in modo coercitivo non sono la stessa cosa.

Una persona che rispetta limiti etici, affettivi o giuridici non diventa per questo la “parte debole”. L’asimmetria nasce anche quando uno dei soggetti utilizza strumenti che l’altro, pur potendo forse utilizzare, considera inaccettabili.

La distinzione produce conseguenze operative, non soltanto lessicali. Trattare come semplice conflitto una relazione nella quale intimidazione, controllo o coercizione vengono esercitati unilateralmente significa presupporre una reciprocità che potrebbe non esistere.

GREVIO formula il punto in termini operativi: nelle relazioni segnate da violenza, l’asimmetria di potere può compromettere la possibilità di negoziare su un piano di effettiva parità e di raggiungere accordi realmente liberi e reciprocamente accettabili.

Definire male il fenomeno significa quindi rischiare di scegliere lo strumento corretto per il problema sbagliato.

Lo stesso principio vale altrove.

  • Una divergenza tecnica trattata come insubordinazione richiede disciplina invece di confronto.
  • Un problema di ruolo trattato come fragilità personale richiede terapia o coaching invece di governance.
  • Una discriminazione trattata come incomprensione invita entrambe le parti a “venirsi incontro”.
  • Un errore di competenza trattato come problema motivazionale genera incentivi dove servirebbe formazione.
  • Una condotta scorretta trattata come problema sistemico può diluire responsabilità che andrebbero invece attribuite.

Le parole anticipano già una parte della soluzione.

Il linguaggio non influenza soltanto le persone. Costruisce ciò che un sistema riesce a vedere.

La conseguenza più profonda riguarda la cultura.

Una singola espressione imprecisa produce probabilmente poco ma migliaia di ripetizioni costruiscono categorie cognitive:

  • Se continuiamo a chiamare *lite* qualunque episodio di violenza, la reciprocità entra nel nostro modo di immaginare la violenza.
  • Se chiamiamo *baby gang* gruppi molto differenti, cominceremo a cercare una soluzione unica per fenomeni che possono avere origini diverse.
  • Se raccontiamo continuamente di lavoratori che “cadono” e le macchine che “impazziscono”, la sicurezza rischia di apparire come una successione di fatalità più di quanto i fatti giustifichino.
  • Se definiamo le persone attraverso condizioni, diagnosi, provenienza o appartenenza, quelle caratteristiche acquisteranno progressivamente un peso maggiore nel nostro modo di percepirle.
  • Se attribuiamo una decisione di una singola persona a “i musulmani”, “gli immigrati”, “gli uomini”, “le donne”, “i giovani” o “gli italiani”, finiremo per pensare quelle categorie come soggetti compatti, coerenti e contrapposti.

A quel punto il linguaggio non avrà soltanto descritto male la cultura, avrà contribuito a impoverirla, ovvero avrà contribuito a costruire ciò che quella cultura considera visibile, pertinente e spiegabile.

Una cultura capace di distinguere dispone di più strumenti rispetto a una cultura che comprime fenomeni diversi nella stessa parola perdendo informazione, possibilità di scelta e qualità dell’intervento.

Comunicare bene significa conservare complessità senza produrre confusione

La soluzione non consiste nel parlare in modo vago per paura di sbagliare infatti nemmeno un linguaggio sterilizzato, pieno di formule prudenti e incapace di chiamare le cose con il loro nome, rappresenta buona comunicazione.

La precisione richiede il contrario, occorre:

  • Distinguere un fatto dalla sua interpretazione.
  • Nominare l’agente quando lo conosciamo.
  • Dichiarare l’incertezza quando non conosciamo l’agente.
  • Separare una caratteristica dalla persona quando quella distinzione ha significato.
  • Evitare di attribuire a un’intera categoria ciò che appartiene a un individuo o a un sottogruppo.
  • Chiedersi se una metafora stia chiarendo il fenomeno oppure sostituendolo.
  • Soprattutto mantenere aperta la possibilità che la prima definizione del problema sia sbagliata.

Leader, consulenti, terapeuti, avvocati, mediatori, docenti e professionisti che lavorano dentro sistemi complessi condividono una responsabilità particolare proprio su questo punto: le loro parole non restano parole.

Entrano nei verbali, nelle valutazioni, nelle diagnosi, nelle decisioni, nelle procedure, nei giudizi, nei piani di intervento e nelle rappresentazioni che le persone costruiscono di se stesse e degli altri.

  • Una formulazione può diventare un fatto organizzativo.
  • Un’etichetta può diventare una carriera.
  • Una diagnosi può diventare un percorso.
  • Una definizione giuridica può cambiare una tutela.
  • Una descrizione di un conflitto può decidere chi verrà invitato a negoziare con chi.
  • Una frase ripetuta abbastanza a lungo può diventare cultura.

Prima di scegliere le parole, quindi, vale ancora la pena recuperare una domanda elementare. Non serve aver studiato semiotica (io non l’ho fatto), basta ricordare l’analisi logica delle scuole medie:

Chi è il soggetto?

Mi correggo, le domande sono due, la seconda molto più adulta:

Lo è davvero?

 


La mappa delle idee

Questo articolo mette in dialogo discipline differenti, senza presumere che utilizzino gli stessi concetti o producano automaticamente le stesse conclusioni.

Linguistica e pragmatica — per osservare come soggetto, agency, voce verbale, causalità e informazioni rese salienti contribuiscano alla costruzione del significato.

Framing Studies — per comprendere come la selezione e la salienza di alcuni elementi influenzino definizione del problema, attribuzione causale e possibili soluzioni.

Psicologia cognitiva — per analizzare categorizzazione, interpretazione delle informazioni e confirmation bias.

Psicologia sociale — per studiare attribuzione di responsabilità, agency, stereotipi e conseguenze delle rappresentazioni linguistiche.

Organizational Behavior — per comprendere come formulazioni, etichette e spiegazioni influenzino leadership, performance management, conflitto e cultura organizzativa.

Conflict Studies — per distinguere dissenso, conflitto relazionale, problemi strutturali e dinamiche nelle quali la reciprocità non può essere presupposta.

Studi sulla violenza di genere — per analizzare il rapporto tra linguaggio, agency, attribuzione di responsabilità, coercizione e asimmetria di potere.

Diritto e giustizia procedurale — perché qualificare un fatto non è un esercizio puramente descrittivo: può determinare procedure, tutele e strumenti disponibili.

Leadership — per interrogare la responsabilità epistemica di chi possiede il potere di nominare i problemi e trasformare una descrizione in decisione.

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Leader, dirigenti, manager e imprenditori; responsabili HR e consulenti organizzativi; psicologi e psicoterapeuti; avvocati e mediatori; giornalisti e comunicatori; docenti e formatori; professionisti sanitari e sociali; persone che lavorano in contesti nei quali una formulazione può diventare valutazione, diagnosi, decisione o intervento.


Riferimenti essenziali

  • Bonagura, D., Bluhm, J., Bunnell, C., Lou, W. & Lamer, S. A. (2026), Survivors as Agents: How Linguistic Agency Impacts Support for Survivors and Perpetrators of Sexual Assault, Personality and Social Psychology Bulletin.
  • Entman, R. M. (1993), Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm, Journal of Communication, 43(4), 51–58.
  • Fausey, C. M. & Boroditsky, L. (2010), Subtle Linguistic Cues Influence Perceived Blame and Financial Liability, Psychonomic Bulletin & Review, 17(5), 644–650.
  • Henley, N. M., Miller, M. & Beazley, J. A. (1995), Syntax, Semantics, and Sexual Violence: Agency and the Passive Voice, Journal of Language and Social Psychology, 14, 60–84.
  • Lamb, S. & Keon, S. (1995), Blaming the Perpetrator: Language that Distorts Reality in Newspaper Articles on Men Battering Women, Psychology of Women Quarterly, 19(2), 209–220.
  • Nickerson, R. S. (1998), Confirmation Bias: A Ubiquitous Phenomenon in Many Guises, Review of General Psychology, 2(2), 175–220.
  • O’Connor, C., Brassil, M., O’Sullivan, S., Seery, C. & Nearchou, F. (2022), How Does Diagnostic Labelling Affect Social Responses to People with Mental Illness? A Systematic Review of Experimental Studies Using Vignette-Based Designs, Journal of Mental Health, 31(1), 115–130.
  • GREVIO (2025), First Thematic Evaluation Report: Building Trust by Delivering Support, Protection and Justice – Italy, Council of Europe.
  • GREVIO (2020), Baseline Evaluation Report Italy, Council of Europe.
  • Codice di procedura civile, artt. 473-bis.40–473-bis.43, disposizioni speciali in materia di violenza domestica o di genere e mediazione familiare.

Fonti dei titoli giornalistici utilizzati come esempi

  • la Repubblica, 17 maggio 2023, «Vodafone taglia cassa e personale: il mercato punisce il titolo dopo i conti».
  • La Stampa, 12 gennaio 2026, «Taranto, operaio precipita per 5 metri e muore nell’ex Ilva».
  • ANSA, 22 giugno 2026, «Ragazzo disabile ustionato sul treno, ipotesi atto di bullismo».
  • La Stampa, 10 settembre 2024, «In 5 aggrediscono e derubano un quindicenne in via Roma: la baby gang colpisce ancora».
  • Il Giornale, 18 novembre 2018, «Fiumicino, via i crocifissi dalla scuola per non turbare i musulmani»; la ricostruzione fu smentita dalla dirigente scolastica e riportata il giorno successivo dal Corriere della Sera.
  • La Sicilia, 29 maggio 2026, «Lite familiare sedata dalla polizia», nel sottotitolo relativo al caso di Adrano.
  • Il Giorno, 18 febbraio 2021, «Uccisa perché voleva lasciarlo».
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